A volte succede che le cose non vadano come previsto: le circostanze esterne contano, molto, e sarebbe folle pretendere che non sia così. Bisogna imparare a fronteggiare anche gli imprevisti. Ma il rischio e l’impegno rendono ancora più bello il tentativo. Perché, piaccia oppure no, parte del valore delle nostre vite consiste proprio nella sua fragilità e incertezza. Gli dèi, così perfetti, non potranno mai capirlo, e neppure le persone troppo fortunate. È una gioia osservare il giardino delle nostre vite prendere forma, lasciando una traccia, un segno di quello che siamo e abbiamo voluto essere. Le cose belle, si sa, sono difficili. Ma non impossibili.All’inizio di maggio ho conosciuto un ragazzo, F, fratello del mio vicino di casa, che me lo ha presentato, sapendo che sono gay e, naturalmente, che suo fratello lo è. Credo fosse una specie di incontro combinato, nell’aria da tempo. Con questo non voglio dire che doveva per forza scattare qualcosa ma il mio vicino avrà pensato: perché non farli conoscere, poi chissà (un gay + un altro gay fa un gualivo).
Non so se spinto dal fatto che non era uno conosciuto in chat, ma in un modo tradizionale, come avrei sempre voluto incontrare un uomo (secondo la mia lista: sull’autobus, in fila in posta, davanti a un bel quadro in un museo etc.), credo che F mi sia piaciuto da subito, anche se non è di una bellezza classica.
Dev’essere stato nel momento in cui l’ho visto che ho pensato “Quest’uomo mi spezzerà il cuore”.
Credo di avere degli anticorpi verso quelli che potenzialmente mi possono piacere, una guardia direi altina, proprio perché so già che, se cedo, se apro solo un attimo una fessura del ponte levatoio che mi sono alzato, il guaio è dietro l’angolo.
Più imparavo a conoscerlo più il pallottoliere delle caratteristiche negative, che mi avrebbero dovuto mettere all'erta sul fatto che su di lui campeggiava a lettere cubitali la parola G U A I O, aumentava.
Più, ovviamente, io ci cascavo. Scivolando verso lui col ponte levatoio abbassatissimo.
Passo da un estremo all’altro e, se com’è probabile e normale, all’inizio F voleva conoscermi e sapere come sono, anche io volevo conoscerlo e sapere com’è ma contemporaneamente avevo già commesso l’errore di decidere che era l’uomo della mia vita.
Del perché mi sia piaciuto subito direi che non è il caso di parlare, più che altro non saprei forse esprimerlo razionalmente. Perché non esistono “ragioni” per cui uno ti entra dentro: fa parte di quel mistero della natura umana che non si può spiegare. O uno ti piace o no.
Dato che erano nove anni che non mi capitava che qualcuno mi piacesse e dato che, appunto, queste cose non si possono comandare, ho deciso di viverla, anche se in fondo sapevo che avrei sofferto: è davvero meglio vivere un giorno da leoni che cento da pecora? Ora penso di sì, ma questa storia è un classico caso di If I had known then what I know now.
Dopo la terza volta che l’ho visto, senza averci fatto ancora niente, la notte l’ho sognato e ho cominciato a pensarlo spesso.
Questa cosa non solo deve essergli sembrata chiara fin da subito, ma ha anche fatto sì che un po’ alla volta io cambiassi il mio atteggiamento nei suoi confronti, dimostrando tutta la mia insicurezza e la mia agitazione di fronte a quello con cui, secondo me, dovevo comportarmi da moroso.
Abbiamo chattato per dieci giorni, via telefono (F abita in un’altra città ma rientra qui ogni tanto, in genere il weekend, per stare un po’ con la famiglia e gli amici. È cresciuto qui e il terreno comune – anche linguistico – le nostre chat erano rigorosamente in dialetto – sono stati uno dei punti che secondo me avevamo in comune).
Quando è tornato, dev’essere capitato che gli sono sembrato insicuro e immaturo, con la voglia di giocare al moroso, di dare nomignoli prima che ci fosse una familiarità, e quando, dopo cinque bei giorni in cui ci siamo un po’ conosciuti ma in cui di fatto io mi sono dichiarato (ma era palese che mi piacesse), lui mi ha fatto quello che chiamo “il discorso della montagna”.
Ha messo un po’ di paletti: sai quando non sono qui sono là, sono yig e sono yang, sono stronzo e soprattutto sono camaleontico, ho la capacità di immedesimarmi nelle situazioni e comportarmi a piacimento (che, a casa mia vuol dire: sono un ipocrita e se ora ti sto baciando lo faccio solo perché tu baci me).
Poi è ripartito e nelle settimane successive, tra un malinteso e un altro, tra un messaggio che non arrivava e uno che non mi soddisfaceva, tra un cambio repentino di strategia dopo l’altro (oggi gioco a fare l’amico, il giorno dopo ero il complice, l’altro dopo vincevo se fuggivo etc), siamo andati insieme sul lago d'Iseo a vedere l’installazione di Christo, che era una gita che avevamo messo in programma.
Erano passate tre settimane e il suo interesse nei miei confronti era chiaramente scemato.
Nel frattempo avevo cominciato a fumare (io non fumo), perso il sonno e un bel po’ di chili (unico lato positivo di tutta la faccenda).
Non ci si debba meravigliare se da quel giorno, proprio come in Inside out i ricordi tristi di Riley si trasformano in palle scure di tristezza, il giallo dalia della passerella ha assunto per me il colore della merda: su quel ponte F mi ha detto che secondo lui sono un irrisolto, che lo scalino tra lui e me è troppo alto, che non è scattata la molla, che il suo sentire non è il mio sentire.
E siccome gli avevo detto, in quei famosi 5 giorni di Madison County, che o diventavamo morosi o niente (una frase che non so dove ho letto, forse nei numeri di Cioè che fregavo alle mie compagne delle medie), lo avevo un po’ destabilizzato.
È successo che per forza di cose o mi buttavo nel lago o dovevo passare il resto della giornata con lui e riportarlo anche a casa (guidavo io, e sbandare e buttarci giù da un burrone alla Thelma & Louise non era un optional, anche se ammetto di averci fatto un pensierino): ho cercato di fare buon viso a cattivo gioco e l’ho buttata un po’ in vacca e siamo tornati a casa.
I giorni seguenti sono caduto in una depressione nera; ho messo in discussione un sacco di cose (ma poi, cosa vuol dire che sono irrisolto?): da Dio che quella volta che distribuiva le allocazioni delle relazioni sentimentali a me mi deve aver saltato, a “io con gli uomini proprio non ci so fare”, a "non ho altro nella vita neanche un lavoro che mi soddisfa e la mia vita non è un cazzo ricca", fino a rivolgermi ad un luminare della psicoterapia che, dietro il pagamento di 100 euro mi ha prescritto benzodiazepine (per gli amici: Xanax, mai preso psicofarmaci in vita mia) sotto l’effetto delle quali sto scrivendo ora e che non credo mi facciano in fondo gran bene.
Dallo psicologo figo (scelto, ovviamente, solo per quello) non ci torno più: piuttosto spendo i soldi (che comunque non ho) per farmi regali o dei viaggi.
Allora sono andato in montagna a 2500 metri all'alba di un sabato per i concerti de I suoni delle dolomiti, tutto speranzoso di ricevere chissà quale illuminazione. Una cantante lappone che emetteva suoni non meglio identificati, a un certo punto ha svelato di cosa parlava la canzone che stava cantando. Il mio cuore batteva: e adesso, che mi dirà mai? Quale segreto della vita del popolo sami mi tramanderà? Infine lo ha svelato: "La verità ... è dentro di voi".
Ci ho guadagnato una ustione al cranio e lei un sommesso vaffanculo!
È successo poi quello che succede: è passato del tempo, mi sono calmato. È passato più tempo da quando ho vissuto quelle due settimane di idillio rispetto alle due settimane in questione, e quindi ho messo della distanza, anche fisica, tra me ed F, che non ho più sentito.
O meglio, che risponde ai miei messaggi ma con sufficienza, secondo me, e sono sempre io che glieli mando, e insomma uno dopo un po’ capisce l’antifona.
Le mie amiche si sono offerte di teleguidarmi come Boncompagni con Ambra, o Grillo con la Raggi...
E se cercare di fare materializzare il Dottor Zapotek per usare la sua macchina del tempo e chiedergli di tornare indietro al punto in cui ho conosciuto F (per non progredire nella “storia” alla Se mi lasci ti cancello o per rimediare ai messaggi sdolcinati che mi hanno portato fuori pista?) si è rivelata una strada troppo difficile da mettere in pratica, alcune letture mi sono state di molto aiuto.
Questo interessante articolo sulla resilienza:
Quest’altro sul matrimonio, dal titolo geniale:
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2016/07/02/perche-sposiamo-la-persona-sbagliata40.html?ref=search
Il testo di questa canzone di Niccolò Fabi:
(costruire è potere e sapere
rinunciare alla perfezione)
E quest’altro articolo uscito su La lettura del Corriere di domenica: http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=54768
Ma, più di tutti, forse, ha vinto come sempre la psicologia spicciola: ho cercato “senso del rifiuto + rimedio” (perché gira in fondo tutto intorno a quello: come osi, tu, brutto stronzo, permetterti di non concederti il lusso di approfondire la mia conoscenza???) su google e mi sono imbattuto in questa illuminante verità:
http://psicoadvisor.com/paura-di-essere-rifiutati-come-imparare-ad-accettarla-e-superarla-947.html
L’unica ragione per cui soffriamo a causa di un rifiuto, è perché ci teniamo molto. Perché infatti, può solo farci male ciò a cui conferiamo valore. Quindi, imparando a praticare il distacco otterremo che il rifiuto ci faccia meno male, fino al punto in cui non ci importerà, perché non saremo più legati alle persone e alle cose in modo possessivo, non le considereremo più come una estensione del nostro “io”. Infatti, uno degli errori di giudizio che commettiamo è quello di assumere il rifiuto come un affronto personale, ma il più delle volte non è così. Quello che succede è che quando veniamo rifiutati tendiamo a generalizzare, convincendoci di non essere abbastanza buoni, capaci o pronti per ricevere attenzione. Ma ricordate sempre che la persona che rifiuta conosce solo una parte di voi, ma voi siete molto più di questo.(...)
Se non vi piace qualcosa non dovete comprarla. Allo stesso modo, se una persona non vi piace non è necessario che continuiate a coltivare la sua amicizia. Le persone che incontriamo ogni giorno hanno lo stesso diritto, il che significa che il rifiuto è una delle carte a loro disposizione e la possono giocare in qualsiasi momento. Non dobbiamo sentirci a disagio per questo. Se una persona non vuole farvi entrare nella sua vita è meglio non insistere, è probabile che i nostri sogni, idee e valori non coincidano con i suoi. In ogni caso, stressarsi è solo uno spreco di energia e tempo. La cosa più intelligente da fare è trovare delle persone in grado di valorizzarci, accettarci come siamo e farci sentire speciali. Il fatto che qualcuno vi rifiuti non vuol dire che valete meno, ma solo che siete diversi. Se qualcuno non apprezza il vostro talento o non è disposto a prendersi del tempo per conoscervi, non è un vostro problema, è suo. In ogni caso, ricordate sempre che un rifiuto non è il rifiuto assoluto ai nostri sogni e obiettivi, è semplicemente un segnale a indicare che non siamo sulla strada giusta.
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