mercoledì 14 giugno 2017

Delle cicale


Quando uno capisce che è arrivato il momento di cambiar vita o, semplicemente, quando serve un piano B, che consenta di sgusciare via da qualche prigionia in cui si è cascati, per trovare la soluzione che fa tornare liberi (e la chiave della cella di solito è a portata di mano, dentro la serratura), la cosa migliore è mettersi in viaggio.
Giorgio Boatti, Portami oltre il buio

È passato un anno dai 5 giorni in cui F ed io ci siamo frequentati (8/12 giugno 2016): quelli erano i giorni belli, a cui sono seguite settimane di nosedive. Il rapporto si è inclinato nel giro di qualche ora, causa miei messaggi infantili, ed ha preso una spirale discendente da cui non si è più ripreso.
Io non mi sono più ripreso per tanto tempo.
Poi ho letto la frase qui sopra, ho chiamato la mia amica Claudia a Palermo, nel giro di mezz’ora ho prenotato un biglietto aereo e in capo a qualche giorno ero in Sicilia dove, tra sole, mare, amicizia e buone letture, la ferita al mio cuore ha cominciato a rimarginarsi.

Non ho più visto F.
Mentirei se dicessi che non ho più pensato e lui.

Una delle ragioni per cui mi ha rifiutato – mi ha detto, – è perché secondo lui sono irrisolto.


Ho sempre predicato bene e razzolato male. Giudico, consiglio, e anche bene. Ma sono il peggiore mentore di me stesso. Sono contemporaneamente eroe e guardiano della soglia. 
Ho questo teoria, su di me e sugli altri: poiché non sono ancora risolto – come diceva F, – la conseguenza è che non brillo, non attraggo, non vado in giro con la giusta attitude. È come se fossi invisibile ai radar degli altri uomini, pur considerandomi un bel ragazzo.
Perché nella vita vorrei fare di tutto, ma è arrivata un’età per cui forse è meglio che io cominci a dire: “avrei voluto fare di tutto”. Senza forse: a gennaio compio 40 anni.
Mi sono dato quest’ultimo anno per mettere in fila le aspettative di vita: allineare quello che avrei sempre voluto fare con quello che effettivamente faccio.


Sceneggiatore, regista, scrittore, illustratore, fumettista, podcaster, you name it: vorrei essere tutto. New York, Londra, Parigi, Vicenza: vorrei vivere ovunque.
Gli anni passano e, nonostante abbia un lavoro degno di questo nome (lun/ven, 40 ore, tempo indeterminato), un lavoro, insomma, che paga le bollette, non è quello che voglio davvero dalla vita.
So di non essere il solo in questa situazione, ma ho deciso di fare qualcosa per cambiare.
Vivo con un’eterna ansia composta da scheletri nell'armadio misti a sindrome dell’impostore, con la malsana, recondita speranza di venire scoperto: solo così avrei lo scossone benedetto che da tanti anni, ormai, invoco.
Da quando ho cominciato a scrivere questo blog, un anno fa (sebbene composto finora di due soli post, con questo tre) ho intrapreso un percorso diciamo spirituale personale.
Ho cominciato a fare yoga, meditare, ho preso l’iniziazione di reiki. Mi sono posto delle domande. Non so se credo nell'aldilà, comunque ci penso. 

Dopo aver superato la fine del primo atto, sono entrato nel mondo extra ordinario e, al midpoint della mia vita, credevo di aver raggiunto tutto ma, naturalmente, si trattava di un falso obiettivo.
Tre anni fa ho partecipato ad un corso di regia documentaria, ne ho tratto un piccolo cortometraggio che ha come protagonista mio papà in cui, non a caso, si interroga sulla utilità di preservare energie in ottica di felicità rispetto all'eventualità di utilizzarle in una vita ultraterrena! Insomma, non un argomento leggero, ma sono riuscito a trattare il tutto con distacco e ironia. 
Ne è uscito, infatti, un bel lavoro: ho ricevuto un sacco di complimenti, e quindi credevo di essere arrivato. Che la strada fosse spianata, che potessi ambire a diventare una iena gay, che bastasse una webserie, un podcast, un blog, non tanto per diventare famoso quanto per permettermi il lusso di abbandonare una strada certa (un lavoro a tempo indeterminato) per  una incerta (un lavoro da freelance come scrittore, sceneggiatore, regista, scrittore, illustratore, fumettista, podcaster, you name it).

Da anni vado a letto tutte le sere puntando la sveglia sempre prima, convinto che l’indomani sarà finalmente il giorno in cui comincerò a scrivere, sceneggiare, dirigere, illustrare, disegnare, creare il mio podcast. Ogni mattina spengo la sveglia, mi giro dall'altra parte e mi riaddormento.
In questo eterno rimandare, copiato paro paro dalla sceneggiatura di Ricomincio da capo, io non evolvo mai, non maturo mai, non mi risolvo mai. È come se non avessi mai cominciato a essere davvero me, a fare quello che mi piace, a uscire dal guscio mentre F si è fatto il culo per vent'anni e ora che ha messo da parte i soldi come una buona formichina, che io non sono mai stato, si riposa.
Per quello non ci siamo sintonizzati: lui è come se fosse già in pensione, io devo ancora cominciare. A fare quello che davvero voglio, quello che mi fa stare bene, a far coincidere quello che so fare meglio con quello che mi fa stare meglio.
Per questo, per fare luce su tutta questa accozzaglia di desideri vorrei ma non posso, molto hipster americano bianco, per trovare la soluzione in mezzo a tutti i libri di auto aiuto, i mille manuali “Mollo tutto a faccio ciò che voglio” che mi sono comprato,  e imparare finalmente ad applicare su di me rigore, disciplina, esercizio, pratica e costanza, parole che non sono mai appartenute al mio lessico, mi sono fatto un regalo.

Mi sono fatto l’escape coach. 

domenica 31 luglio 2016

Io sono Gianrico

Quando hanno il coltello dalla parte del manico, quando possono imporre la propria scelta di abbandonare anziché subire quella di essere abbandonate, le persone hanno questo di orribile e stupefacente: fanno tutto così facile. Sembra che parlino di un qualche bambino che sta imparando a camminare: è caduto povero piccolo, si è sbucciato le ginocchia, ma poco male,  adesso si rialza e vedrai come fila spedito. Le ginocchia si riaggiustano no? Che  problema c’è?Però guarda caso, a parlare così è sempre qualcuno che ha già imparato a correre.  
Marco Mancassola, Il mondo senza di me

È passato un mese dall’ultima volta che ho visto F, eppure è ancora dentro di me. Lo penso sempre, lo vedo in tutte le sue espressioni, ne sento la voce: ogni cosa mi ricorda lui e qualche conversazione che abbiamo avuto.
Sono ancora intossicato, invischiato, drogato.

Gianrico è un uomo della mia città che ho frequentato per qualche tempo qualche anno fa. Frequentare è una parola grossa: sono stato a casa sua non più di tre/quattro volte e non lo ho mai visto al di fuori di lì. Era sempre lui che mi cercava al telefono. Dopo un po’ l’antifona da parte mia era chiara: non mi interessava stare con lui. Se era per divertimento ci poteva anche stare. 
Ci è rimasto molto male, quando lo ha capito.


Essere dall’altra parte fa, appunto, molto male. Sapere che F (non) prova per me quello che io (non) provavo per Gianrico è una verità difficile da accettare.

Però così è.
Lasciare significa: lasciare che per un po’ le cose seguano il loro corso, che si muovano liberamente senza il nostro intervento, finché la direzione del loro movimento non si mostri spontaneamente. Se rinunciamo a tentare di guidare le cose e quelle, muovendosi, si allontanano da noi, lasciamole andare. Molliamo la presa. Se le lasciamo andare per la loro strada, ci rendiamo liberi per qualcos’altro.
Bert Hellinger, Gli ordini del successo

Ho pensato ad una foglia con sopra disegnata la faccia di F, come quando da bambino lanci una foglia secca in un torrente e la guardi passare sotto al ponte. Poi ad un certo punto si impiglia in qualcosa. E poi, ancora, scappa via per sempre. Così ho immaginato che F esca dalla mia vita come tre mesi fa ne è entrato. Per sempre, via dalla mia vista.

La mente si deve abituare alle cose che non sono familiari e disabituare a quelle che sono familiari: solamente così ci può essere un cambiamento.
Così stanotte ho pensato di fare spazio nella mia vita/mente: ho archiviato il fattore F. L’ho messo tutto in una scatola con sopra il suo nome e l’ho tolto dall’attualità. Resterà una ferita, ma è chiusa, o in via di guarigione: non ci posso fare niente.

Solamente così mi posso aprire all’imprevedibile, mi posso rendere libero per qualcos’altro. Magari, chi lo sa, l’uomo della mia vita è davvero dietro l’angolo, magari la scelta migliore che farò è vicina, magari il rifiuto da parte di F si rivelerà la cosa più grande che mi sia mai capitata.

Resta comunque l’amaro in bocca ma, dato che mi piacciono i confini, oggi è il 31 luglio e con questo mese, caro F, anche tu vieni archiviato.
Quando sono andato in montagna per I suoni delle Dolomiti a un certo punto, scendendo a piedi fino alla macchina, c’era come un limite fisico tra il prato e l’acquedotto, segnato da grossi sassi. Mi sono detto: “Ecco, qui io ti abbandono, F, Da questo momento non fai più parte di me”.

Poi ho ritrovato lo stesso concetto sempre nel libro di Mancassola, che ho voluto rileggere, evidentemente non a caso. Lo avevo scoperto tanti anni fa ma si vede che il mio subconscio mi ha indicato la strada verso quel libro, non a caso:
Ieri sera, quando il treno ha attraversato la stazione di Chiasso e ho capito che entravamo in Svizzera, ho deciso che era quello il momento. Un confine fisico, nazionale, è stato un confine nella mia vita. Da qui, mi sono detto sottovoce, inizia la nuova vita. Io so cosa vuole dire nuova vita. Vuol dire smettere di aver bisogno di una persona, che non ha più bisogno di me.
Dio solo sa quante volte mi sono detto: “Ricordati questa data: oggi è il giorno in cui inizia il resto della tua vita”.

giovedì 21 luglio 2016

Operatori booleani (la carta del rifiuto)


A volte succede che le cose non vadano come previsto: le circostanze esterne contano, molto, e sarebbe folle pretendere che non sia così. Bisogna imparare a fronteggiare anche gli imprevisti. Ma il rischio e l’impegno rendono ancora più bello il tentativo. Perché, piaccia oppure no, parte del valore delle nostre vite consiste proprio nella sua fragilità e incertezza. Gli dèi, così perfetti, non potranno mai capirlo, e neppure le persone troppo fortunate. È una gioia osservare il giardino delle nostre vite prendere forma, lasciando una traccia, un segno di quello che siamo e abbiamo voluto essere. Le cose belle, si sa, sono difficili. Ma non impossibili.
All’inizio di maggio ho conosciuto un ragazzo, F, fratello del mio vicino di casa, che me lo ha presentato, sapendo che sono gay e, naturalmente, che suo fratello lo è. Credo fosse una specie di incontro combinato, nell’aria da tempo. Con questo non voglio dire che doveva per forza scattare qualcosa ma il mio vicino avrà pensato: perché non farli conoscere, poi chissà (un gay + un altro gay fa un gualivo).

Non so se spinto dal fatto che non era uno conosciuto in chat, ma in un modo tradizionale, come avrei sempre voluto incontrare un uomo (secondo la mia lista: sull’autobus, in fila in posta, davanti a un bel quadro in un museo etc.), credo che F mi sia piaciuto da subito, anche se non è di una bellezza classica. Dev’essere stato nel momento in cui l’ho visto che ho pensato “Quest’uomo mi spezzerà il cuore”. Credo di avere degli anticorpi verso quelli che potenzialmente mi possono piacere, una guardia direi altina, proprio perché so già che, se cedo, se apro solo un attimo una fessura del ponte levatoio che mi sono alzato, il guaio è dietro l’angolo. 
Più imparavo a conoscerlo più il pallottoliere delle caratteristiche negative, che mi avrebbero dovuto mettere all'erta sul fatto che su di lui campeggiava a lettere cubitali la parola G U A I O, aumentava. Più, ovviamente, io ci cascavo. Scivolando verso lui col ponte levatoio abbassatissimo.
Passo da un estremo all’altro e, se com’è probabile e normale, all’inizio F voleva conoscermi e sapere come sono, anche io volevo conoscerlo e sapere com’è ma contemporaneamente avevo già commesso l’errore di decidere che era l’uomo della mia vita. 

Del perché mi sia piaciuto subito direi che non è il caso di parlare, più che altro non saprei forse esprimerlo razionalmente. Perché non esistono “ragioni” per cui uno ti entra dentro: fa parte di quel mistero della natura umana che non si può spiegare. O uno ti piace o no. 
Dato che erano nove anni che non mi capitava che qualcuno mi piacesse e dato che, appunto, queste cose non si possono comandare, ho deciso di viverla, anche se in fondo sapevo che avrei sofferto: è davvero meglio vivere un giorno da leoni che cento da pecora? Ora penso di sì, ma questa storia è un classico caso di If I had known then what I know now
Dopo la terza volta che l’ho visto, senza averci fatto ancora niente, la notte l’ho sognato e ho cominciato a pensarlo spesso. Questa cosa non solo deve essergli sembrata chiara fin da subito, ma ha anche fatto sì che un po’ alla volta io cambiassi il mio atteggiamento nei suoi confronti, dimostrando tutta la mia insicurezza e la mia agitazione di fronte a quello con cui, secondo me, dovevo comportarmi da moroso
Abbiamo chattato per dieci giorni, via telefono (F abita in un’altra città ma rientra qui ogni tanto, in genere il weekend, per stare un po’ con la famiglia e gli amici. È cresciuto qui e il terreno comune – anche linguistico – le nostre chat erano rigorosamente in dialetto – sono stati uno dei punti che secondo me avevamo in comune). 
Quando è tornato, dev’essere capitato che gli sono sembrato insicuro e immaturo, con la voglia di giocare al moroso, di dare nomignoli prima che ci fosse una familiarità, e quando, dopo cinque bei giorni in cui ci siamo un po’ conosciuti ma in cui di fatto io mi sono dichiarato (ma era palese che mi piacesse), lui mi ha fatto quello che chiamo “il discorso della montagna”.
Ha messo un po’ di paletti: sai quando non sono qui sono là, sono yig e sono yang, sono stronzo e soprattutto sono camaleontico, ho la capacità di immedesimarmi nelle situazioni e comportarmi a piacimento (che, a casa mia vuol dire: sono un ipocrita e se ora ti sto baciando lo faccio solo perché tu baci me). 

Poi è ripartito e nelle settimane successive, tra un malinteso e un altro, tra un messaggio che non arrivava e uno che non mi soddisfaceva, tra un cambio repentino di strategia dopo l’altro (oggi gioco a fare l’amico, il giorno dopo ero il complice, l’altro dopo vincevo se fuggivo etc), siamo andati insieme sul lago d'Iseo a vedere l’installazione di Christo, che era una gita che avevamo messo in programma. 
Erano passate tre settimane e il suo interesse nei miei confronti era chiaramente scemato. 
Nel frattempo avevo cominciato a fumare (io non fumo), perso il sonno e un bel po’ di chili (unico lato positivo di tutta la faccenda). 
Non ci si debba meravigliare se da quel giorno, proprio come in Inside out i ricordi tristi di Riley si trasformano in palle scure di tristezza, il giallo dalia della passerella ha assunto per me il colore della merda: su quel ponte F mi ha detto che secondo lui sono un irrisolto, che lo scalino tra lui e me è troppo alto, che non è scattata la molla, che il suo sentire non è il mio sentire. 
E siccome gli avevo detto, in quei famosi 5 giorni di Madison County, che o diventavamo morosi o niente (una frase che non so dove ho letto, forse nei numeri di Cioè che fregavo alle mie compagne delle medie), lo avevo un po’ destabilizzato. 
È successo che per forza di cose o mi buttavo nel lago o dovevo passare il resto della giornata con lui e riportarlo anche a casa (guidavo io, e sbandare e buttarci giù da un burrone alla Thelma & Louise non era un optional, anche se ammetto di averci fatto un pensierino): ho cercato di fare buon viso a cattivo gioco e l’ho buttata un po’ in vacca e siamo tornati a casa. 

I giorni seguenti sono caduto in una depressione nera; ho messo in discussione un sacco di cose (ma poi, cosa vuol dire che sono irrisolto?): da Dio che quella volta che distribuiva le allocazioni delle relazioni sentimentali a me mi deve aver saltato, a “io con gli uomini proprio non ci so fare”, a "non ho altro nella vita neanche un lavoro che mi soddisfa e la mia vita non è un cazzo ricca", fino a rivolgermi ad un luminare della psicoterapia che, dietro il pagamento di 100 euro mi ha prescritto benzodiazepine (per gli amici: Xanax, mai preso psicofarmaci in vita mia) sotto l’effetto delle quali sto scrivendo ora e che non credo mi facciano in fondo gran bene. 
Dallo psicologo figo (scelto, ovviamente, solo per quello) non ci torno più: piuttosto spendo i soldi (che comunque non ho) per farmi regali o dei viaggi. 

Allora sono andato in montagna a 2500 metri all'alba di un sabato per i concerti de I suoni delle dolomiti, tutto speranzoso di ricevere chissà quale illuminazione. Una cantante lappone che emetteva suoni non meglio identificati, a un certo punto ha svelato di cosa parlava la canzone che stava cantando. Il mio cuore batteva: e adesso, che mi dirà mai? Quale segreto della vita del popolo sami mi tramanderà? Infine lo ha svelato: "La verità ... è dentro di voi".
Ci ho guadagnato una ustione al cranio e lei un sommesso vaffanculo!

È successo poi quello che succede: è passato del tempo, mi sono calmato. È passato più tempo da quando ho vissuto quelle due settimane di idillio rispetto alle due settimane in questione, e quindi ho messo della distanza, anche fisica, tra me ed F, che non ho più sentito. O meglio, che risponde ai miei messaggi ma con sufficienza, secondo me, e sono sempre io che glieli mando, e insomma uno dopo un po’ capisce l’antifona. 
Le mie amiche si sono offerte di teleguidarmi come Boncompagni con Ambra, o Grillo con la Raggi...

E se cercare di fare materializzare il Dottor Zapotek per usare la sua macchina del tempo e chiedergli di tornare indietro al punto in cui ho conosciuto F (per non progredire nella “storia” alla Se mi lasci ti cancello o per rimediare ai messaggi sdolcinati che mi hanno portato fuori pista?) si è rivelata una strada troppo difficile da mettere in pratica, alcune letture mi sono state di molto aiuto. 

Questo interessante articolo sulla resilienza: 


Il testo di questa canzone di Niccolò Fabi:

(costruire è potere e sapere rinunciare alla perfezione)

E quest’altro articolo uscito su La lettura del Corriere di domenica: http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=54768 

Ma, più di tutti, forse, ha vinto come sempre la psicologia spicciola: ho cercato “senso del rifiuto + rimedio” (perché gira in fondo tutto intorno a quello: come osi, tu, brutto stronzo, permetterti di non concederti il lusso di approfondire la mia conoscenza???) su google e mi sono imbattuto in questa illuminante verità: 
http://psicoadvisor.com/paura-di-essere-rifiutati-come-imparare-ad-accettarla-e-superarla-947.html
L’unica ragione per cui soffriamo a causa di un rifiuto, è perché ci teniamo molto. Perché infatti, può solo farci male ciò a cui conferiamo valore. Quindi, imparando a praticare il distacco otterremo che il rifiuto ci faccia meno male, fino al punto in cui non ci importerà, perché non saremo più legati alle persone e alle cose in modo possessivo, non le considereremo più come una estensione del nostro “io”. Infatti, uno degli errori di giudizio che commettiamo è quello di assumere il rifiuto come un affronto personale, ma il più delle volte non è così. Quello che succede è che quando veniamo rifiutati tendiamo a generalizzare, convincendoci di non essere abbastanza buoni, capaci o pronti per ricevere attenzione. Ma ricordate sempre che la persona che rifiuta conosce solo una parte di voi, ma voi siete molto più di questo.(...)
Se non vi piace qualcosa non dovete comprarla. Allo stesso modo, se una persona non vi piace non è necessario che continuiate a coltivare la sua amicizia. Le persone che incontriamo ogni giorno hanno lo stesso diritto, il che significa che il rifiuto è una delle carte a loro disposizione e la possono giocare in qualsiasi momento. Non dobbiamo sentirci a disagio per questo. Se una persona non vuole farvi entrare nella sua vita è meglio non insistere, è probabile che i nostri sogni, idee e valori non coincidano con i suoi. In ogni caso, stressarsi è solo uno spreco di energia e tempo. La cosa più intelligente da fare è trovare delle persone in grado di valorizzarci, accettarci come siamo e farci sentire speciali. Il fatto che qualcuno vi rifiuti non vuol dire che valete meno, ma solo che siete diversi. Se qualcuno non apprezza il vostro talento o non è disposto a prendersi del tempo per conoscervi, non è un vostro problema, è suo. In ogni caso, ricordate sempre che un rifiuto non è il rifiuto assoluto ai nostri sogni e obiettivi, è semplicemente un segnale a indicare che non siamo sulla strada giusta.