Quando uno capisce che è arrivato il momento di cambiar vita o, semplicemente, quando serve un piano B, che consenta di sgusciare via da qualche prigionia in cui si è cascati, per trovare la soluzione che fa tornare liberi (e la chiave della cella di solito è a portata di mano, dentro la serratura), la cosa migliore è mettersi in viaggio.
Giorgio Boatti, Portami oltre il buio
È passato un
anno dai 5 giorni in cui F ed io ci siamo frequentati (8/12 giugno 2016):
quelli erano i giorni belli, a cui sono seguite settimane di nosedive. Il rapporto si è inclinato nel
giro di qualche ora, causa miei messaggi infantili, ed ha preso una spirale
discendente da cui non si è più ripreso.
Io non mi sono
più ripreso per tanto tempo.
Poi ho letto
la frase qui sopra, ho chiamato la mia amica Claudia a Palermo, nel giro di
mezz’ora ho prenotato un biglietto aereo e in capo a qualche giorno ero in
Sicilia dove, tra sole, mare, amicizia e buone letture, la ferita al mio cuore
ha cominciato a rimarginarsi.
Non ho più
visto F.
Mentirei se
dicessi che non ho più pensato e lui.
Ho sempre
predicato bene e razzolato male. Giudico, consiglio, e anche bene. Ma sono il
peggiore mentore di me stesso. Sono contemporaneamente eroe e guardiano della
soglia.
Ho questo teoria, su di me e sugli altri: poiché non sono ancora risolto
– come diceva F, – la conseguenza è che non brillo, non attraggo, non vado in
giro con la giusta attitude. È come
se fossi invisibile ai radar degli altri uomini, pur considerandomi un bel
ragazzo.
Perché nella
vita vorrei fare di tutto, ma è arrivata un’età per cui forse è meglio che io
cominci a dire: “avrei voluto fare di tutto”. Senza forse: a gennaio compio 40
anni.
Mi sono dato
quest’ultimo anno per mettere in fila le aspettative di vita: allineare quello
che avrei sempre voluto fare con quello che effettivamente faccio.
Sceneggiatore,
regista, scrittore, illustratore, fumettista, podcaster, you name it: vorrei essere tutto. New York, Londra,
Parigi, Vicenza: vorrei vivere ovunque.
Gli anni
passano e, nonostante abbia un lavoro degno di questo nome (lun/ven, 40 ore, tempo
indeterminato), un lavoro, insomma, che paga le bollette, non è quello che
voglio davvero dalla vita.
So di non
essere il solo in questa situazione, ma ho deciso di fare qualcosa
per cambiare.
Vivo con
un’eterna ansia composta da scheletri nell'armadio misti a sindrome
dell’impostore, con la malsana, recondita speranza di venire scoperto: solo
così avrei lo scossone benedetto che da tanti anni, ormai, invoco.
Da quando ho
cominciato a scrivere questo blog, un anno fa (sebbene composto finora di due soli
post, con questo tre) ho intrapreso un percorso diciamo spirituale personale.
Ho
cominciato a fare yoga, meditare, ho preso l’iniziazione di reiki. Mi sono
posto delle domande. Non so se credo nell'aldilà, comunque ci penso.
Dopo aver superato
la fine del primo atto, sono entrato nel mondo extra ordinario e, al midpoint
della mia vita, credevo di aver raggiunto tutto ma, naturalmente, si trattava di
un falso obiettivo.
Tre anni fa
ho partecipato ad un corso di regia documentaria, ne ho tratto un piccolo
cortometraggio che ha come protagonista mio papà in cui, non a caso, si
interroga sulla utilità di preservare energie in ottica di felicità rispetto all'eventualità di utilizzarle in una vita ultraterrena! Insomma, non un argomento leggero, ma sono riuscito a trattare il tutto con distacco e ironia.
Ne è uscito, infatti, un bel lavoro: ho
ricevuto un sacco di complimenti, e quindi credevo di essere arrivato. Che la
strada fosse spianata, che potessi ambire a diventare una iena gay, che
bastasse una webserie, un podcast, un blog, non tanto per diventare famoso quanto per permettermi il lusso di abbandonare una strada certa (un lavoro a
tempo indeterminato) per una incerta (un
lavoro da freelance come scrittore, sceneggiatore, regista, scrittore, illustratore,
fumettista, podcaster, you name it).
Da anni vado
a letto tutte le sere puntando la sveglia sempre prima, convinto che l’indomani
sarà finalmente il giorno in cui comincerò a scrivere, sceneggiare, dirigere, illustrare,
disegnare, creare il mio podcast. Ogni mattina spengo la sveglia, mi giro dall'altra parte e mi riaddormento.
In questo
eterno rimandare, copiato paro paro dalla sceneggiatura di Ricomincio da capo, io non evolvo mai, non maturo mai, non mi
risolvo mai. È come se non avessi mai cominciato a essere davvero me, a fare
quello che mi piace, a uscire dal guscio mentre F si è fatto il culo per vent'anni e ora che ha messo da parte i soldi come una buona formichina, che io
non sono mai stato, si riposa.
Per quello
non ci siamo sintonizzati: lui è come se fosse già in pensione, io devo ancora
cominciare. A fare quello che davvero voglio, quello che mi fa stare bene, a
far coincidere quello che so fare meglio con quello che mi fa stare meglio.
Per questo,
per fare luce su tutta questa accozzaglia di desideri vorrei ma non posso,
molto hipster americano bianco, per trovare la soluzione in mezzo a tutti i libri di auto aiuto, i
mille manuali “Mollo tutto a faccio ciò che voglio” che mi sono comprato, e imparare finalmente ad applicare su di me rigore, disciplina, esercizio, pratica e costanza, parole che non sono mai appartenute al mio lessico, mi sono fatto un regalo.
Mi sono fatto l’escape coach.

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